ANSIA

 

Ansia da studio e ansia da esame: sono proprio la stessa cosa?

A molti di noi, quando si pensa all’ansia relativa allo studio, viene in mente il momento finale, quello della prova, e forse anche le ore prima di essa, se l’esame è particolarmente importante; ci preoccupiamo e ci agitiamo nel fantasticare che la prova che si svolgerà tra qualche ora, qualche secondo, o che si sta già svolgendo, o che si è già svolta possa andare male.

Mano a mano che ci immergiamo in questi pensieri tendiamo a crederci sempre di più e ad agitarci parallelamente, con la comparsa dei vari ansia da studiosintomi fisici dell’ansia: cuore e respiro accelerati, sudore, agitazione psicomotoria, sensazione di confusione mentale etc. In quello stato la prestazione di studio o esposizione, con la nostra mente confusa ed occupata a pensare a come l’esame andrà male, non sarà la migliore possibile, e scadrà mano a mano che l’ansia sarà più elevata.

Per fortuna questo stato è di solito temporaneo: per la maggior parte di noi basta rompere il ghiaccio, iniziare a concentrarci sullo studio o sull’esposizione, ottenere qualche lieve riscontro positivo e di conseguenza togliere spazio ed energie mentali alle preoccupazioni negative (in quanto meno credibili), in questo modo l’ansia scende, ci si può concentrare conseguentemente di più sul compito e si può ottenere prestazioni migliori per poi continuare questo circolo virtuoso.

Se invece rompere il ghiaccio non basta, non iniziamo a concentrarci sul compito e non riusciamo ad ottenere qualche riscontro positivo, l’ansia può crescere fino al punto da renderci così confusi e bloccati da faticare molto a studiare e ad esporre. Probabilmente in tal caso andremo incontro ad un risultato negativo, il quale darà più credibilità alle preoccupazioni sull’esame, rendendoci la volta dopo ancora più in ansia e generando un pericoloso circolo vizioso. In quesansia-da-esameto caso il problema è importante e richiede un aiuto professionale.

Nel momento d’ansia i pensieri nella nostra mente paiono quasi reali, pur essendo una ipotesi sul futuro spesso molto pessimista: in questo “film mentale” noi tendiamo a sottostimare di molto la nostra preparazione ed a sovrastimare la difficoltà delle richieste dell’esame, rendendo nella nostra mente l’esito di esso praticamente certo.

Come scritto prima, purtroppo talvolta questa visione viene corroborata da un risultato negativo che la persona attribuisce erroneamente alla veridicità di questa visione, mentre in realtà il risultato è da attribuire quasi esclusivamente all’ansia ed ai suoi correlati.

Molti di noi hanno sentito questo tipo di ansia qualche volta nella loro vita, questa è propriamente “l’ansia da esame”.

Le persone che la provano sono ben consapevoli dell’emozione che stanno provando e della possibile situazione per cui sono molto in ansia, vivono come fastidioso e disabilitante questo stato e spesso sono ben motivate a lavorarci.

I motivi per cui per loro è così vitale ottenere il risultato sono solitamente meno consapevoli e sono uno dei tre corni su cui si basa la psicoterapia in questi casi. Gli altri due corni sono il ricostruire insieme questo meccanismo ansioso nel suo funzionamento in vivo e l’esposizione graduale alla situazione.

Quella testé citata è sicuramente un tipo di ansia relativa allo studio, la più semplice ed intuitiva da capire…. Ma non è la sola.

C’è un tipo di ansia più subdola e più nascosta, meno diffusa, spesso non molto conosciuta neanche dalla persona che la sta provando, propriamente “l’ansia da studio”: questo tipo di ansia si mescola e si nasconde dietro la “non voglia” di studiare per l’esame, ci fa venire voglia di procrastinare, rimandare lo studio, le esercitazioni, tutte le attività che sappiamo di dovere fare, ma nelle quali non ci sentiamo molto bravi, anzi ci sentiamo molto scarsi!

Ci sentiamo incapaci: pensiamo che molto probabilmente la prova andrà male, che sarà inutile sforzarci, che siamo scemi, non capaci di fare quella cosa fondamentale per la vita nella quale tutte le nostre figure di riferimento si aspettano che andiamo bene; spesso purtroppo questa convinzione di incapacità al compito nasce da reali esperienze di difficoltà nello studio e nell’ottenere risultati buoni a scuola. Dato che il messaggio esplicito sociale e spesso famigliare è che lo studio è il compito più importante nella vita di un minore, un po’ come per gli adulti il lavoro, ci convinciamo di essere anche un po’ scemi ed incapaci in generale, come persone.

Questi pensieri negativi che ci vengono in mente quando siamo davanti ai libri ci fanno provare ansia per la prova futura, tristezza e fastidio per il fatto di sentirci incapaci. Queste emozioni non sono piacevoli da provare: per non sentirle più di tanto iniziamo ad ignorarle quando vengono in mente e soprattutto iniziamo a scansare, rimandare, pensare il meno possibile allo studio, agli esercizi edansia-da-studio2 a tutte le cose inerenti alla scuola. Ciò ci fa stare meglio subito, nel breve termine, non si pensa ad una visione di noi negativa e dolorosa. Tuttavia nel lungo termine ciò è molto negativo per la nostra autostima.

Infatti un effetto ancora più negativo di questo tipo di ansia è che il continuo rimandare e non impegnarsi nel compito non fanno altro che farci avere ulteriori risultati negativi, rafforzando l’idea che siamo incapaci, che non ha senso impegnarci e questo aumenterà ancor più l’evitamento e la “non voglia”, in un circolo vizioso senza fine, che avrà come effetto ultimo il progressivo abbassamento della nostra autoefficacia in ambito scolastico ed in generale della nostra autostima come persone.

Le persone che provano quest’ansia spesso sono poco consapevoli delle emozioni che stanno provando e dei motivi per cui le provano. Infatti l’azione dell’ignorare ansia da risultato e tristezza relativa all’immagine di sé, anche se descritta sopra, per semplicità, come volontaria, in realtà la maggior parte delle volte è un meccanismo mentale implicito, che tende a perfezionarsi ed ad automatizzarsi, mano a mano che il circolo vizioso si ripete, lasciando sempre meno spazio alle valutazioni consapevoli. Ciò che di solito queste persone provano consapevolmente è una sensazione di noia e generica inutilità dell’azione dello studio, oltre ad un sottofondo di tristezza e fastidio quando si entra in argomento.

Inoltre chi prova quest’ansia non la vive direttamente come inabilitante, in quanto non la vede, e non è molto motivato a lavorarci: il problema è lo studio e la persona non ha voglia di studiare, soprattutto lavorare su quest’argomento è spiacevole ed all’inizio si tende a sviare da ciò.

Ecco perché è importante come psicoterapeuti cogliere quanto prima questo meccanismo, farlo vedere in azione e spiegarlo come un qualcosa che blocca la vera espressione di sé, sottolineando che senza di esso sicuramente ce la possono fare.

Questo per aumentare la loro autostima e dare loro motivazione per iniziare a rompere il circolo vizioso e trasformare il pensiero “non ho voglia, tanto è inutile” ad un pensiero più positivo: “non ho molta voglia, ma posso farcela, ne sono capace”.